L’ombra di Vautrin

L’ombra di Vautrin. Proust lettore di Balzac, edito a marzo da Carocci editore, è in ordine di tempo l’ultimo, interessante, saggio di Mariolina Bertini che, dopo averci regalato tante pagine splendide sui due grandi romanzieri francesi, fa luce in questo caso sui rapporti esistenti tra l’autore della Commedia umana e quello della Recherche, rintracciando i segni del precoce interesse di quest’ultimo per il primo e mostrando tutta l’importanza dell’influenza esercitata da Balzac sulla poetica e sull’immaginario proustiani.

Con riferimenti testuali sempre puntuali, la Bertini individua infatti la presenza di Balzac nelle opere di Proust già a partire dagli scritti degli anni 1895-99, dal primo incompiuto romanzo di Proust, il Jean Santeuil. È proprio qui, nel récit-cadre, che allo scrittore C. viene affidato il commento de Il curato del villaggio, ed è qui che compaiono l’uno dietro l’altro Illusioni perdute, Il giglio nella valle, Il medico di campagna, e Studio di donna, sebbene al momento si tratti ancora di un Balzac più immaginato che reale, e quindi poco riconoscibile, su cui la voce narrante ricalca o vorrebbe ricalcare l’immagine dello scrittore per eccellenza.

È un interesse vero, verso l’opera del padre del romanzo moderno, che si fa ancora più evidente nei Pastiches apparsi su Le Figaro tra il 1903 e il 1908 (successivamente confluiti in Pastiches et mélanges) in cui Proust riprende addirittura la tecnica, la sintassi e il lessico balzachiano, persino i tic linguistici, per riprodurne lo stile, mostrando così un’attitudine mimetica prodigiosa, e dove si intravede in filigrana il ricordo de I segreti della principessa di Cadignan (“vero testo cerniera in cui la Parigi della Commedia umana e quella della futura Recherche sembrano in qualche modo incontrarsi e sovrapporsi, a dispetto di ogni realistica cronologia”), un’opera ritenuta a torto marginale e spesso trascurata di Balzac ma da cui l’autore della Recherche trarrà alcuni temi capitali per il suo romanzo cattedrale. È in questo novella, fa notare la Bertini, che “la decifrazione compulsiva e ingannevole dei segnali emessi dalla persona amata” assurge a vera e propria arte, così come il tentativo di sfuggirvi messo in atto dagli oggetti d’amore attraverso una rete impenetrabile di menzogne (tema anche questo così presente nella Recherche, in Odette, in Albertine e in Morel); vi si riscontra inoltre un’importanza enorme data al ruolo dell’immaginazione nella genesi dell’amore e quella non meno fondamentale della sofferenza di chi teme di veder portata alla luce tutta una parte sotterranea della propria vita che ha cercato di occultare, argomento quest’ultimo su cui Proust tornerà successivamente anche in una pagina del Contre Sainte-Beuve e che sembra anticipare l’interpretazione de I Segreti suggerita da Charlus in Sodoma e Gomorra.

In Balzac Proust ama soprattutto “il dono di far emergere leggi generali da situazioni particolari, di rendere visibili le dinamiche psicologiche e sociali nascoste dietro ad eventi che restano oscuri per gli osservatori che si accontentano delle spiegazioni ufficiali e del punto di vista del senso comune”. Si pensi, ad esempio, al ruolo svolto e al potere detenuto dalle cortigiane nella Commedia umana (“donne estranee alla buona società che però, attirando nella loro orbita borghesi e aristocratici, influiscono sotterraneamente sulla vita delle famiglie.”), i cui salotti sono irresistibilmente attraenti, come sarà, per Swann, quello di Odette dove lei gli offrirà il tè. Per Proust Balzac è il primo, grande romanziere moderno a far emergere tutto ciò nelle proprie opere, come a dare importanza suprema all’arte della decifrazione, alla necessità di saper interpretare i segni per cercare di ricostruire una visione d’insieme della vita sociale, arte con cui anche Proust tenterà di arrivare al cuore del reale, in un serrato confronto con “le misteriose leggi della carne e del sentimento”. Significativa è la rilevanza che acquisterà ai suoi occhi, per esempio, la scena finale di Illusioni perdute in cui Vautrin e Rubempré dialogano in riva alla Charente (scena già presa in esame in un appunto del Carnet I del 1908, in cui troviamo anche l’accostamento tra il linguaggio di Vautrin e quello di Robert de Montesquiou, che ispirerà, come è noto, la figura di Charlus), di cui Proust loderà appunto, in Contre Sainte-Beuve, i sottintesi “straordinariamente profondi”, velatamente erotici (l’episodio è anche alla base della scena delle offerte di Charlus al giovane Marcel in Guermates I).

Con estrema chiarezza, insomma, le analisi e le argomentazioni proposte dalla Bertini ci mostrano come la presenza di Balzac sia stata centrale e invasiva già alle origini della Recherche (“dove peraltro è citato da Legrandin, disprezzato da Madame de Villeparisis, evocato a sproposito dal Duca di Germania, stroncato da Brichot e finalmente difeso dal Barone di Charlus”, atteggiamenti che molto ci dicono anche sulla ricezione dell’opera di Balzac tra Otto e Novecento) e come l’impuro romanzesco balzachiano, quello della volgarità, della facile commistione di alto e basso, della voce autoriale spesso troppo presente e petulante, del sapere improvvisato e caotico, a cui Proust in Contre Sainte-Beuve (come altri intellettuali dell’epoca) rimprovera soprattutto lo spirito arrivista, contrapposto all’indifferenza del fare letterario di Flaubert, abbia senza dubbio segnato a fondo l’estetica della Recherche e la riflessione teorica che ne è alla base (anche per contrasto: il narratore balzachiano, si noti, è infallibile, la voce narrante della Recherche è intenzionalmente piena di esitazioni e incline alla autocritica).

È un debito che si incarna esemplarmente nel Barone di Charlus (non a caso grande conoscitore della Commedia umana), nelle sue conversazioni e nelle sue strategie seduttive, nel quale, secondo l’autrice, possiamo rintracciare “un avatar e la parodia dell’eroe balzachiano di Vautrin”, il malvagio dalle mille facce, il forzato reinventatosi prelato e reincarnatosi in capo della polizia (così come Sainte-Beuve traspare nel canone letterario di Madame de Villeparisis e i Goncourt nello pseudo diario che induce Marcel ad interrogarsi a fondo sul potere della letteratura). La figura di Charlus – come quella di Albertine, che molto deve a La ragazza dagli occhi d’oro – nasce infatti proprio sotto il segno di Balzac, dall’unione di Vautrin e di Diane de Cadignan (“da Vautrin eredita il bisogno di tiranneggiare i suoi protetti, la gestualità insinuante e materna con cui li circuisce, l’alternanza di cinismo brutale preso a prestito dai bassifondi e di dotta eloquenza degna di un principe della Chiesa”) in una forma che può apparire, in fondo, come un omaggio, un tributo supremo all’autore tanto amato.

La presente recensione è apparsa su Lankenauta: letteratura e altri mondi