Altravana: la Cuba di Davide Barilli

Il primo dei tanti pregi di questo nuovo libro di Davide Barilli, Cuba. Altravana: nel cuore di una città perduta (Giulio Perrone Editore, pp. 212, euro 15), è senza dubbio la straordinaria capacità dell’autore di avvincere per pagine e pagine senza mai incorrere in una caduta di tono o di stile, coinvolgendo il lettore in una affabulazione ricca e polifonica dalla quale immagini, luoghi e una nuda umanità emergono con una autenticità tale da rendere senza dubbio giustizia ad una città poliedrica e contraddittoria, unica per la sua storia e per le vicende che l’hanno vista protagonista, per certi versi surreale, e che lo stesso conosce a menadito.

Sembra, infatti, davvero che Barilli ci conduca per mano nel reticolo delle strade, nelle piazze, nei mercati di questa metropoli che, come ci ricorda, va toccata, annusata, percorsa a piedi «come un corpo vasto e molle in cui sprofondare» per essere compresa appieno, anche «a costo di struggersi, consumando la suola delle scarpe, perché è quando ti fermi a un angolo di strada che può iniziare qualcosa». Nulla a che vedere, insomma, con le forme consuete e vuote di un giornalismo da viaggio che potrebbe restituire di Cuba solo un’immagine artefatta, patinata, alla portata di tutti. Il suo è, invece, uno sguardo dal basso, nutrito di contatto umano, della vita che pulsa, che si prefigge come intento quello di mostrarci la quotidianità vera della gente che a fine giornata, di ritorno dagli uffici, dalle scuole, dal posto di lavoro, «si arrabatta con la sua felicità o tristezza come può».

Ecco prender vita, allora, certe figure descritte in modo magistrale, come Filiberto il curandero, perso tra alambicchi polverosi e foglie di agavi essiccate per i suoi intrugli, custode di una sapienza antica ma le cui dinamiche ci sfuggono, o lo scrittore Pedro Juan Gutiérrez, uomo dal vissuto affascinante e irriverente che, pur rappresentando la punta della narrativa cubana odierna, ha scelto consapevolmente di restare nell’isola e che si rammarica all’idea che la sua terra possa diventare a breve un museo senz’anima, o il piccolo Juan, detto Radio Bemba, vero dispensatore di notizie nella calle, vere o false non si sa; oppure luoghi tanto amati dall’autore, in primis Centro Habana, un luna park dalle luci singhiozzanti, in cui tra muri a brandelli e strade dissestate, casa tenute su da impalcature di legno e pericolanti, puoi imbatterti nel Transval, l’enorme centro commerciale di tre piani che stride fortemente con la povertà dei negozi limitrofi frequentati dai cubani, ma anche ne La Fabrica de Arte Cubano, nell’UNEAC (l’Unione degli scrittori cubani) o in qualche atelier d’artista.

Tutti elementi che, sapientemente resi sulla pagina, ci mostrano una città contraddittoria che sembra vivere sull’orlo di un abisso, ormai in liquidazione, in cui vecchio e nuovo convivono a pochi metri di distanza, sospesa tra un passato orgoglioso i cui simboli campeggiano ancora nei grandi cartelli sulle strade, nei manifesti ingialliti, e l’attesa, ma anche il timore, di un futuro oggi così vicino e indecifrabile, come quello tanto desiderato dalle nuove generazioni affascinate più dai feticci tecnologici del «nemico imperialista» e da WhatsApp che dalle ideologie di un tempo e «che farebbero carte false pur di comprarsi il nuovo Iphone» (ma che sembrano aspirare, per fortuna, anche ad altro: «vogliono vedere le frontiere spalancate, internet libero per tutti e a costi accessibili», vogliono «immaginare un futuro migliore, nel quale Cuba non sarà «più solo fiesta e rum per tutti»), una frizione esemplificata magistralmente nella descrizione dei due ascensori dell’hotel Deauville in Calle Neptuno, così vicini e così lontani: un vecchio Scherbinsky di fabbricazione russa da un lato, «un tugurio di ferro acciaccato, maleodorante, che ogni tanto si blocca, cigolando, emettendo strani suoni che paiono lamenti epocali», e quello nuovo e avveniristico, di produzione coreana, «computerizzato, lustro e levigato come un’astronave in partenza», addirittura parlante, dall’altro.

Apprendiamo così di un declino lento e irreversibile nel quale l’identità ultima di questo Paese viene aggredita e messa in discussione da un capitalismo che sembra avanzare inesorabile, che dilaga nei mercati e nelle case, persino nei «teatri della memoria», che scompaiono un po’ alla volta per far posto ai tanti luoghi anonimi sorti con le recenti ristrutturazioni (come in certi luoghi storici di Cartagena de Indias o dell’Avana Vieja dove sono sorti atelier, ristoranti, negozi lussuosi di brand mondiali ad esclusivo uso dei turisti, che hanno sostituito la cubanità più autentica) e dove poco rimane dell’antico.

Appare, allora, non un caso che, dopo aver dato la parola alle nuove e vecchie generazioni di scrittori cubani riunite attorno all’UNEAC o all’annuale Feria internacional del libro, Barilli concluda questo viaggio intimo nel cuore della città caribena alla ricerca della casa di Lezama Lima, il grande autore del monumentale Paraíso, e di quella (introvabile) di Virginio Piñera, scrittore un tempo messo all’indice dal regime e poi riabilitato, quasi a voler cercare nella letteratura, e nelle carte degli scrittori, quella chiave di lettura del reale che solo uno scrittore può trovare e che oggi più che mai sembra sfuggire a molti.