Nell’estate più anomala degli ultimi anni, quella del fine lockdown, del pericolo scampato, del vero o presunto ritorno alla normalità, un’estate ancora tremendamente sospesa tra paure ormai radicate e il desiderio autentico di rinascita, di riappropriazione della vita piena e “regolare” che ci era stata sottratta nei mesi precedenti, Sergio Nelli ha scritto un diario, un resoconto dal piglio leggero e amabile, molto interessante, redatto con la scrittura limpida ed elegante che lo contraddistingue sempre.

È nato così Estate italiana, edito di recente da Les Flâneurs e curato da Davide Grittani, un libro nel quale si alternano con fine, sapiente maestria, le note più varie: appunti brevi e acute riflessioni, versi scritti dall’autore e che fanno qui la loro prima comparsa, stralci estrapolati da opere altrui che moltiplicano felicemente le voci e i piani di lettura, nonché descrizioni di esterni, di elementi naturali e paesaggistici che abbagliano con la loro potente bellezza e che ci riconciliano mirabilmente con il tutto, con il mondo che sembrava averci accolto di nuovo, in quei mesi, a braccia aperte (“85. Un rovo, una pergola, le foglie oscillanti degli ulivi, gli uccelli che frullano tra i rami sono cose buone. Le more luccicano nere e violacee, se non sono polverose. Invece resto insensibile ai fiori di Oleandro.“). Si aggiungono a questi, non senza una certa, tangibile, malinconia, ricordi ed episodi privati che ci conducono a Fucecchio, paese natale dell’autore, o che ci riportano indietro agli anni dell’infanzia (“89. Maruzzella di Carosone suonava in continuazione nella pineta di Viareggio. Avevo quattro o cinque anni e alla pensione in cui soggiornavamo mi piacevano soprattutto i riccioli di burro a colazione.“) e tante, piccole, note di vita quotidiana che ci rammentano, insomma, come siano i gesti o le cose dell’ordinario a dare spesso ai giorni profondità e significato.

Se in alcune pagine è ancora forte il senso della morte e della malattia, acuito dai mesi tremendi delle restrizioni e della clausura che tanto hanno sottratto al contatto e alle relazioni interpersonali (“72. Nottetempo, Cartoline dai morti, un libretto piccolo ma densissimo nel quale Franco Arminio dilata, a partire (…) dal grumo ipocondriaco che lo accompagna, un’immagine della vita o, meglio, alla lettera, alcune immagini. Lo fa accumulando pochi elementi che morenti-morti evocano nel loro transito un attimo prima di un silenzio definitivo. (…) la morte arriva come uno sradicamento definitivo, come il disturbo di una causalità. E le casualità stavolta staccano senza rimedio dalla vita.“), fervido e interessante appare il dialogo intessuto dall’autore con la natura, arricchito dai numerosi riferimenti agli elementi geografici dell’Italia tutta, alle catene montuose, alle isole, alle condizioni meteorologiche (“71. Notizie Generali sul clima italiano. Le zone più soleggiate (esiste anche il termine eliofania) della penisola sono le coste della Sardegna, quelle della Sicilia, la Puglia, e le fasce costiere dell’arcipelago toscano.“), un dialogo che mira essenzialmente a una riconciliazione, soprattutto con l’estate, a ritrovare quanto prima un posto nel mondo, obiettivo al cui raggiungimento concorre senza dubbio il potere evocativo delle immagini proposte (il mare, i tramonti) e di certi testi (Leopardi e la libertà degli uccelli).

Anche i ricordi, i momenti dell’infanzia qui spesso riportati come termine di paragone con l’estate appena trascorsa, aiutano a riallacciare i fili con una identità minacciata dai colpi della pandemia e dalla reclusione, mentre nei sogni e nelle fantasie condivise dall’autore è facile individuare il desiderio di tornare finalmente alla vita, di esserci pienamente, e di rivolgere dunque lo sguardo in avanti (“57. Due giorni dopo, con la colazione fuori mi concedo un affollamento di desideri, per esempio: ritornare a Matera, a Lecce, a Modica; vedere il mercato del pesce di Siracusa, andare a Benevento e a Potenza ( dove non sono mai stato), fare un bagno Marino in un acqua limpida e tu farmi in quella meravigliosa ragazza bruna che vede un cappuccino, toccare la sua pelle chiara, le gambe magre, gli scintillanti i capelli che sapranno di geranio.“).

Di pari importanza è il dialogo con i molti autori letti e citati (Wittgenstein, Heidegger, Rilke, Gombrowicz, Severino e Canetti, Joyce, Nabokov, Caproni, Palazzeschi), con il mito greco e con alcuni temi ricorrenti (la morte di Orfeo, la rinascita di Persefone), così come fondamentale, perché ineluttabile, appare in fondo la necessità di scrivere, di narrare per non morire (“53. «Raccontare, raccontare, finché non muore più nessuno. Mille e una notte, milioni e una notte.» Elias Canetti, Il libro contro la morte“), che fa in primo luogo di Estate italiana il diario con cui Nelli ha voluto dare testimonianza della propria presenza, del proprio esserci attraverso il testo, nonostante tutto e tutti (“60. «Dare un testo della propria vita o della propria realtà e dare un testo Non della storia, benzina della propria presenza che è appunto quel testo. […] Rinascerà un testo, rinascerò, io , che sinora sono stato esistito nella mia storia, rinascerò nel mio testo nel quale al tempo stesso mi vedo morire». Aldo Gargani, Il testo del tempo“)?

Appare infatti molto forte, nelle pagine, la fiducia nell’umana capacità di raccontare nonostante il buio, di testimoniare al mondo il proprio esserci anche quando i punti di riferimento son svaniti e le certezze di un tempo son venute meno, un lasciar traccia in cui si può scorgere a seconda dei momenti il rimedio, l’aiuto che può ancora salvarci (“100. Con lo scrivere mi riposo un po’ dal dolore.“) ma anche l’invito a rimanere sempre umani, a non perdere mai nelle avversità della vita i tratti tipici della nostra umanità: la curiosità, la capacità di stupirsi, di rallegrarsi o di riflettere, di essere consapevoli che vi sia un che di inesplicabile contro cui dobbiamo opporre resilienza.

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Recensione apparsa su Lankenauta.