Bach di Pedro Eiras

 Con la sua struttura singolare e l’alta consapevolezza di stile che la contraddistingue, Bach di Pedro Eiras è senza dubbio una delle novità editoriali più interessanti degli ultimi mesi.

Il romanzo/non romanzo infatti, costituito da 14 sezioni indipendenti, ognuna affidata a una voce narrante spesso lontana nello spazio e nel tempo dal Bach personaggio storico, esibisce il primo dei suoi numerosi pregi nel fatto di rinunciare alla “storia”, a un intreccio nel senso tradizionale del termine, in modo da risultare una biografia anomala ma alquanto preziosa del grande musicista tedesco e una riflessione profonda, di grande intelligenza, sulla musica in generale nonché sui valori e sulle vicende che noi tutti condividiamo nella vita di ogni giorno.

La successione delle voci narranti, ognuna dotata di una veste linguistica propria e inconfondibile grazie al mimetismo vivace di una penna assai versatile, viene sapientemente intessuta dall’autore con precisi rimandi di carattere intratestuale che rendono il libro un’opera organica e unitaria, tanto da riuscire a generare, con l’accumulo delle stesse, una vera e propria approssimazione, un avvicinamento per gradi alla figura del compositore, che acquista in questo modo sostanza, consistenza di pagina in pagina (le singole voci altro non sono che possibili variazioni sul tema centrale, cioè su Bach stesso) ma che al tempo, inevitabilmente, sfugge a un’identificazione piena, sottraendosi a ogni definizione che voglia essere univoca.

Questo moltiplicarsi di letture e variazioni, che sarebbe potuto benissimo protrarsi all’infinito se Eiras non avesse voluto fermarsi a 14 sezioni (il numero 14 ci ricorda come il compositore giocasse spesso con il proprio cognome e le lettere dell’alfabeto per comporre temi, come fossero una vera e propria firma da apporre alle sue opere), palesa dunque la consapevolezza dell’autore di “perdere” Bach, di allontanarsi da lui, ogniqualvolta si avvicini e cerchi di individuarlo con certezza, di designarlo con mano sicura, cognizione quest’ultima che lo porta allora a interrogarsi su molti aspetti legati alla narrazione e al suo farsi.

Bach è infatti anche un libro sull’arte del comporre e del montaggio (si veda il dialogo tra Danièle Huillet e Jean-Marie Straub, colti nel 1967 durante il montaggio della Piccola Cronaca di Anna Magdalena Bach) e sull’importanza dell’interpretazione in musica (si legga la lettera di Gustav Leonhardt, già attore nella Piccola cronaca appena ricordata, a Nikolaus Harnoncourt e le riflessioni dei fonici newyorkesi sulle incisioni in studio di Gould: “non è più Bach, è Gould”), tema quest’ultimo di per sé accostabile alla riflessione proposta da Eiras sulla verosimiglianza di una biografia, sull’affidabilità di una narrazione e di un’opera di finzione, e su quanto di esse possa essere considerato “autentico”, accettabile dal lettore. Ci sono vari passi dedicati all’argomento: “non vale la pena di lottare contro la verosimiglianza; è meglio inventare il passato, assimilare la finzione. Non si può risuscitare il XVIII secolo, ma inventare il passato in base al nostro desiderio. Per questo inventiamo il nostro desiderio.” oppure “Se ogni scrittura è anacronistica, non devo temere l’inverosimile”, “Non si può risuscitare il passato, ma nel presente si può scrivere sul passato e si possono intrecciare i tempi.” (sono riflessioni che troviamo nella sezione dedicata a Esther Meynell, biografa di Anna Magdalena Bach, ma che potremmo prendere anche come una dichiarazione di poetica dell’autore Eiras), passi che portano a pensare che sia proprio questo il motivo per cui Bach personaggio non compaia mai nel romanzo ma che vengano riportati solo ricordi altrui, commenti, interpretazioni di interpretazioni che lo riguardano.

Al di là della musica, leit motiv indiscutibile del libro, comunque, altri temi spiccano per la bellezza e il tatto con cui ci vengono proposti: l’autore tocca e approfondisce argomenti quali la morte, la solitudine, la malattia, l’orrore figlio dell’umano, ma non solo. Claudio Trognoni nella acuta Postfazione al libro ne mette in rilievo altri due, non meno importanti: la genitorialità – più volte nel romanzo e in più sezioni torna la narrazione del rapporto tra genitori e figli: nella lettera di Anna Magdalena Bach, che pone all’attenzione dei suoi signori il destino della propria prole dopo la morte del marito; in Lutero, colto nei brevi, tremendi momenti della morte della piccola figlia adorata; e nella sezione finale, coincidente con l’inizio, con la genesi del libro, in cui l’uomo/voce narrante culla la figlia cantilenando un’aria della Passione secondo Matteo, restituendoci così un perfetto idillio familiare – e il silenzio, “che sotto forma di un’assenza permette di apprezzare meglio la presenza”, che si concretizza non a caso nei riferimenti a Cage nella sezione omonima ma soprattutto nell’assenza di testo (pagine bianche) di alto valore simbolico, assai eloquente, di «Ich habe genug…» a cui l’autore associa la cantata BWV 82, scritta a Lipsia per la festa della purificazione di Maria (la sezione fa seguito alle toccanti pagine del viaggio di Etty Hillesum del 1943 sul convoglio che la porterà nel 1943 proprio a Lipsia e da lì a Auschwitz, dove morirà pochi mesi dopo l’arrivo).

A questi, e ad altri interessanti temi del libro, si aggiunge inoltre quello, fondamentale, della spiritualità e del senso del sacro a cui la musica di per sé è sempre stata legata: indagata la sua presenza nei testi sacri (la voce narrante cerca la presenza della musica nella Bibbia, è una ricerca che vuole arrivare all’origine della musica), con l’allusione a latere all’idea di un Bach inteso come quinto evangelista, come se l’ultima buona novella avesse trovato dimora in ultimo nelle sue opere, la musica si rivela essere ciò che più ci avvicina a Dio (“Dunque la musica è la nostra seconda scienza, subito dopo la teologia. È un dono di Dio. Allontana le tentazioni e i cattivi pensieri” ci dice Lutero) o la prova che questo in cui viviamo sia il migliore dei mondi possibili (Leibniz), ma più propriamente ciò che ci sostiene dinanzi alla tragedia ultima dell’essere: “E davanti alla morte, il mistero più grande, ci resta solo la musica. L’unica consolazione.” (Lutero).

A lettura conclusa, è netta dunque l’impressione di avere tra le mani un libro che, andando felicemente oltre le formule e le strutture stereotipate che vanno ancora per la maggiore nel mondo editoriale, forse perché rassicuranti (raccontare significa per forza di cose raccontare una storia?), e dimostrando di poter fare dell’ottima letteratura anche al di là dei percorsi già tracciati dalla tradizione senza scadere in sperimentazioni futili e autoreferenziali, non ha il timore di scendere nella profondità dell’animo umano e nel baratro delle vicende quotidiane per toccare, o quanto meno lasciar intravedere, la presenza di quell’ineffabile che forse solo la musica può rivelare.

massimini@postfazioni.it

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Pedro EirasBach, Il ramo e la foglia edizioni 2022, pp. 160

Pedro Eiras è professore di Letteratura Portoghese presso l’Università di Porto e membro del gruppo di ricerca internazionale Lyra Compoetics, dal 2001 è autore di opere di finzione narrativa (Bach, Cartas Reencontradas de Fernando Pessoa, Os Três Desejos de Octávio C., O Mapa do Mundo), teatro (Um Forte Cheiro a Maçã, Uma Carta a Cassandra, Um Punhado de Terra, Bela Dona, Teatro I, Teatro II), poesia (Inferno, Purgatório, Paraíso) e saggistica.

Claudio Trognoni è professore presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, traduttore, curatore della Postfazione al volume.