In un mondo simile come una goccia d’acqua al nostro, in cima a una torre futuristica Mario Nazor dà appuntamento a Matt Kowalski, responsabile del progetto Memoria. Mario vuole raccontare a Kowalski il percorso cognitivo di suo fratello Neven che ha intravisto o sognato la forma dell’universo. Il romanzo consta del racconto di Mario che segue le tracce del fratello dapprima attraverso le vaghe forme di un sogno di creazione e poi, più concretamente, addentrandosi nel passato della loro famiglia che origina dal villaggio di Santa Caterina sull’isola di Malina nell’ineffabile terra Valnazia. Mario scoprirà che la parola chiave dell’universo è “infinito” e che questa parola e la stessa forma del tutto era già contenuta in un componimento poetico di Giacomo Leopardi, scritto 14 miliardi di anni prima. Per ogni più piccolo riposizionamento dell’universo (qualche idea, alcune riflessioni, dei nuovi nomi) è infatti necessario un intero ciclo di 14 miliardi di anni. Nel viaggio a ritroso Mario incontrerà la popolazione dei Bili, una schiatta di albini custodi della memoria, e persino due personaggi che in una torre futuristica di 14 miliardi di anni prima dibattevano dell’idea di Leopardi: evolviamo in un abisso, siamo il prodotto di una storia infinita.
In occasione dell’uscita dell’ultimo romanzo di Sergio Roic “Dura madre. L’infinito di Leopardi” ho approfittato della disponibilità dell’autore per porgergli qualche domanda.
Innanzitutto, vorrei cominciare con una domanda sul titolo del romanzo. Perché hai scelto quello di Dura madre, la membrana fibrosa che avvolge e protegge il sistema nervoso centrale?
Dura madre è in effetti la membrana che protegge il nostro cervello, ovvero l’organo che ha permesso, evolvendo, l’evoluzione umana. In qualche modo, questa membrana separa il cervello e il centro di comando della nostra (auto)coscienza dal resto del mondo. Da una parte c’è il mondo, dall’altra ci siamo noi, in mezzo c’è la dura madre. La nostra esperienza intrinseca, senza la quale, a quanto dice la scienza moderna, non si cattura l’evento ovvero l’informazione sul mondo, conta sulla protezione della dura madre. Dato che il romanzo è una discesa fin dentro gli abissi del soggetto che si fa universo, il titolo mi è sembrato adatto. Eppoi, la piccola madre-robot che guida l’allucinazione di una mente nascitura e onnipotente è pur essa una “dura madre”: insegna, decide, permette all’intelligenza di cre(are)scere.
In quale occasione è nata l’idea di questo romanzo?
Dapprima ho scritto l’allucinazione che Mario Nazor attribuisce al fratello Neven e che riporta a Matt Kowalski all’inizio del romanzo. Ho davvero sognato, percepito, scritto ciò che mi sembrava di poter attribuire a una (onni)coscienza in via di formazione. Per arrivare alla stesura definitiva ho combinato e ricombinato una quindicina di versioni. L’Infinito di Leopardi, la poesia dell’abisso, mi ha permesso di riunire i lembi della vicenda in una storia completa.
Perché la memoria, personale e collettiva, è così centrale nella struttura del tuo romanzo?
Senza la memoria, niente uomo. E, probabilmente, niente universo. L’idea di una coscienza che irradia dagli elementi dell’universo si fa strada sin da quando David Chalmers ha posto il “problema difficile della coscienza”. La coscienza (la memoria) appartiene solo al mondo umano (e, diversamente, a quello animale) in uno schema in cui è divisa dall’oggetto che osserva, il mondo della materia? Oppure la memoria (la coscienza) pervade in misura minore o maggiore il Tutto? E se questa memoria-coscienza fosse l’awakening (per dirla in buon inglese) che permette a una parte del mondo (noi) di dar conto e informazione sul (al) resto realizzando la sintesi, l’Uno?
Hai impiegato molto tempo per scrivere e completare il libro?
Sì, quasi quattro anni. Il libro non è lungo, ma la storia del fratello minore che insegue il pensiero di quello maggiore in un universo che assomiglia come una goccia d’acqua al nostro, ma che in realtà – per alcuni nomi, idee, pensieri – è diverso da esso non “quagliava”. Giacomo Leopardi, che non ringrazierò mai abbastanza, con i suoi spazi (e tempi) sovrumani, interminabili, infiniti mi ha suggerito l’idea di uno spazio-tempo lunghissimo sovrapposto, susseguente, comunicante con un universo quasi uguale. Ed ecco l’idea dell’abisso: c’è un infinito che, procedendo per pochissimi cambiamenti, riavvia all’infinito la sua ineffabile esperienza dell’uno che è anche il tutto.
Dietro i nomi fittizi di alcune località citate nel romanzo è possibile riconoscere nomi di luoghi concreti, così come è facile intuire tra gli avvenimenti narrati riferimenti a episodi storici ben precisi, il che fa pensare che tra le pagine ci sia una buona cifra autobiografica, o sbaglio?
Certo, Dura madre procede attraverso i territori della mia infanzia e giovinezza. Il capitolo “La partita a carte” l’ho vissuto in prima persona da giovane spettatore, romanzandolo. I nomi delle città e dei luoghi nel romanzo diventano in qualche modo dei simboli. L’amore per la memoria mi ha fatto rivisitare ancora una volta la Valnazia (credo che non sia difficile capire di cosa parlo), e il paese reale/immaginario di Santa Caterina sull’isola di Màlina. La barca Vesna apparteneva a mio zio. Il viaggio attraverso l’Omerica l’ho compiuto per la prima volta in giovane età. Fanny, la donna di Mario Nazor, è per certi versi anche la Fanny di John Keats.
Dura madre non segue una trama tradizionale: è costruito come una partitura polifonica in cui narratori, registri e piani di realtà si alternano. Perché questa scelta narrativa?
Perché la memoria (la coscienza) funziona così: per salti temporali-cognitivi. Non esploriamo la (ir)realtà un pezzo alla volta, ci avviciniamo ad essa in cerchi concentrici, mettendo assieme intuizioni, rimembranze, ricordi. La Verità non esiste, esiste il vagare, spesso notturno, di una mente che organizza la sua esperienza di vita a partire da ciò con cui è entrata efficacemente in relazione. E non sottolineerò mai abbastanza quell’”efficacemente”. Che cosa dà senso alla nostra esperienza? E perché, nonostante tutto, siamo sempre alla ricerca di un senso? I punti di vista sono multipli, almeno in Dura madre, e mi è stato permesso di procedere così finché non ho incontrato Leopardi.
L’infinito di Leopardi ha una rilevanza enorme nelle pagine di Dura madre. Cosa ti lega a questo poeta e perché hai scelto proprio quel suo componimento come chiave di lettura dell’intero romanzo?
Ho già anticipato la risposta poco sopra. L’infinito di Leopardi per me è stata la sedia su cui mi sono accomodato prima di riuscire a compiere l’ultima versione del romanzo. Dalla “sedia dell’infinito” tutto sembrava facile da scrivere, tutto combaciava, tutto aveva, finalmente, un senso. Perché un’allucinazione sulla (ri)nascita infinita dell’universo? Perché qualcuno, Giacomo Leopardi, mi ha permesso di accedere all’abisso in cui i fatti e le cose (forse, presumibilmente) hanno luogo.
Ci sono altri autori o opere, a parte quelle di Leopardi, che ti hanno particolarmente influenzato durante la stesura del romanzo?
Il saggio Il principio antropico di Tipler e Barrow che, posso dire, mi influenza da sempre. Fino alla fine del tempo di Brian Greene. Sulla strada di Kerouac. I dialoghi di Platone: cerco di rileggerli ogni volta che paiono allontanarsi un po’ troppo dai miei pensieri. La teoria del Big Crunch di Poplawski, naturalmente. E poi, consentimi, i miei tre romanzi precedenti pubblicati da Mimesis, perché a questo punto mi sembra di aver scritto una quadrilogia: per dare un senso a tutto ciò bastava aprire la finestra della casa della mia famiglia sull’isola di “Màlina”: a duecento chilometri di distanza, al di là del mare, mi aspettava l’ermo colle di Leopardi affinché tutta questa storia potesse avere (forse, presumibilmente) una risposta.
Mi hai preceduto di poco. Dura madre non è infatti il primo romanzo in cui dimostri la tua predilezione per la materia filosofica ma anche per il taglio fantascientifico. Potremmo considerare dunque Dura madre come l’ultima tappa di un percorso che comprende Vorrei che tu fossi qui – Wish you were here e Solaris – parte seconda, i tuoi due romanzi precedenti?
Sì, l’ho appena detto. E ci metterei anche Ferìta. Giovanna d’Arco, anno 1971 perché anche lì alla fine emerge prepotente la coscienza (stavolta inavvicinabile) che all’inizio della mia avventura fantafilosofica mi ha portato a esplorare il pianeta (l’inconoscibile) lemiano e tarkovskiano di Solaris.
Hai pensato a un lettore ideale mentre scrivevi questo romanzo? Quale messaggio speri che il lettore porti con sé dopo la lettura?
Qualcuno che ha letto Solaris di Stanislaw Lem o, addirittura, il mio Solaris – parte seconda? Magari i lettori di Borges? (ora percorro le orme che ho seguito io). Gli innamorati del mondo delle idee di Platone? Non saprei, spero che chiunque cerchi un senso nel lavoro di coloro che riempiono di segni le pagine di un libro, possa essere incuriosito della mia sedia leopardiana dalla quale ho cercato di immaginarmi l’abisso.
Il messaggio del libro è espresso nella sua controcopertina: – Dati dell’oggetto: memoria informatica; contenuto database: dichiarazione di Matt Kowalski, la verità di Neven e Mario Nazor, un’ipotesi sull’infinito; ampiezza database: mondo, universo; dimensione dell’oggetto: puntiforme; posizionamento: attrattore archetipo; tempo: era di Arcante; tempo all’innesco: indefinito; destino: definito – il tutto può essere contenuto in un uno.
Non possiamo non ricordare che tra le pagine di Dura madre compaiono delle bellissime tavole di Renzo Ferrari…
Renzo Ferrari è un amico, un grande pittore e l’interprete delle mie opere. Le sue tavole situano, arricchiscono, commentano e sublimano il testo del libro. Gli sono molto riconoscente per questo.