Interno rosso Marte

  Edita di recente da Gattomerlino Superstripes nella collana Quaderni di pagine nuove, Interno rosso Marte di Rosaria Ragni Licinio è una breve ma alquanto significativa silloge poetica che ha la rara capacità di esprimere in versi fulgidi, dalla forte impronta icastica, la dissonanza odierna tra l’io e il mondo che lo circonda e lo stordimento acuto che ne segue. Sembra infatti che l’esigenza primaria di questa poesia così decisamente connotata dal tormento e da una agonia onnipresente sia quella di dare voce a una condizione di profondo smarrimento, e quindi di straniamento, dovuta a un quotidiano ostile che priva di parola e che colpisce al cuore (“ma qualcosa mi brucia / anche il cuore, / qualcosa qui accende / un mare / di memoria e di zinco.“), che annienta e toglie il fiato per sfinimento, per sottrazione di vita, condizione a cui paiono alludere anche i versi di Bellezza posti in epigrafe, in cui la notte viene evocata come un balsamo salvifico o come il rifugio conquistato e strenuamente difeso nei confronti di un ordinarietà che insistentemente bussa alla porta, che affligge e che disarma, che incessantemente disfa i giochi predisposti ingenuamente dall’io per lasciarlo sbigottito dinanzi al vuoto.

È una condizione non voluta né cercata (“Io vivo qui / e da qui me ne voglio andare:“) ma patita nella sua interezza con somma sofferenza, a cui l’io fiero e combattivo può rispondere indossando l’elmo o affilando le armi, rinnovando di giorno in giorno la fiducia in se stesso e nelle proprie membra, nelle proprie capacità di difesa, salvo poi esser costretto a prendere coscienza della grande stanchezza dovuta a una battaglia assai lontana dal termine.

Lo straniamento che ne deriva è di certo amplificato da una città fatta di cemento e di luce riflessa, di strade vuote anche quando sono piene di gente (“Tra le strade di Taranto si sfiorano i morti“), di buche sulla via che s’aprono esemplarmente come ferite sulla pelle, di un’aria di sale che ostruisce la bocca e lascia ardere gli occhi, una città, e più largamente un contesto ostile di vita, nella quale è molto difficile trovare una corrispondenza, un varco, un’apertura che possa lasciar fluire liberamente il respiro, e nella quale neanche gli oggetti più semplici dell’ordinario sembrano essere disposti ad accogliere un lamento. Non si può essere reali, e tanto meno nudi e accettati per quello che si è, paiono dirci i versi, ma è d’obbligo indossare una maschera per poter camminare tra i dormienti.

In città non respiro.
A luglio di notte
solo i portoni si aprono,
alveari con vista
su celle di sorveglianza
per api operaie;

né case né chiese,
o spazi e altri tempi:
il mondo ricreato
sulla pelle dei vivi.

Si rende palpabile così la sensazione di un’oscura e tremenda occlusione dovuta a un quotidiano avverso che può pervenire al depauperamento o alla privazione del sé e delle proprie facoltà volitive, finanche all’interno delle mura di casa, luogo di sicuro prediletto dall’io e oggetto frequente di poesia, ma dal quale purtroppo non si dipartono le strade alternative che si bramano, che svaniscono anzi sul nascere, si infrangono in un battibaleno sui muri grigi di cemento.

A casa mi sono smarrita,
un planetario sul corpo
non basta a dare il senso
di marcia alle gambe,

Ecco allora affiorare l’esigenza, se non la volontà, di essere altrove o in un altro tempo (“Vivere negli anni Venti / per non soccombere a questa casa / che non è amore ma un colpo / al petto e alla testa / e provare ogni volta la morte.“), di trascendere persino se stessi, nella speranza forse mal riposta di potersi finalmente liberare della maschera che si indossa, o di poter opporre un qualcosa al vento, metafora ricorrente anch’essa, che agita e spazza i giorni e dinanzi al quale è forse meglio chinare la testa per assecondarne il corso.

Non è un caso, quindi, che l’autrice quasi costantemente rivolga la sua parola in versi a un interlocutore, un tu mai chiamato per nome ma sempre tirato in ballo per le proprietà, la volontà che l’io lirico diserta, per lo meno in questa precisa età storica e condizione esistenziale:

Fossi una bestia
dagli occhi di lampo
il fulmine in partenza
o l’acqua di un lago
di montagna che si erge
come te
andrei all’assalto della mia volont
debole nei giorni di giugno.

e al quale la preghiera non viene quasi mai indirizzata per ricevere aiuto né conforto quanto per essere capita o almeno ascoltata, ma che molto spesso, come detto in modo mirabile, si rivela essere “Icona dell’assenza / che tutto tace / e tutto lascia correre.“, e in cui forse, a ragion veduta, dobbiamo riconoscere quel Joseph cieco dinanzi al “cuore di conchiglia“, straniero all’io lirico, colpevole anzi di scambiare banalmente “il respiro / per un alito di vento“.

A fronte di questo smarrimento profondo che trae alimento dalla vita di tutti i giorni e che sembra irrimediabilmente coinvolgere non solo l’io lirico ma l’umanità intera (“i figli di Dio sono allo sbando / sotto un cielo estraneo si stende / quella massa informe.“) raramente giunge in soccorso un “cielo estraneo“, che pare invece ignaro o indifferente. In questo vivere in burrasca, dunque, che sembra configurarsi a volte come un destino a cui non si può sfuggire, quasi fosse congenito alla natura dell’io che qui si rivela nei versi, breve gioia o illusorio conforto sembrano essere l’unione dei corpi incatenati (“un sublime essere parte / che non smarrisce“) o il ricordo di un’infanzia vissuta o immaginata, mitizzata assieme alle persone care, o l’invocazione di Dio, un Dio spesso agognato ma forse non tanto presente.

Recensione apparsa su Lankenauta

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